Thursday, 22 Oct 2020

Interruzione di gravidanza: un “tabù” da sdoganare!

ABORTO

Durante l’emergenza Covid-19 in Italia, le donne hanno riscontrato grandi difficoltà nell’esercitare quello che di fatto è un loro diritto dal 1978: interrompere volontariamente la gravidanza.

In Italia si fatica ancora a parlare apertamente di interruzione di gravidanza (IVG). Eppure, si tratta di un diritto regolamentato dalla legge 194/78: la donna può richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza entro 12 settimane di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari.

Una delle maggiori problematiche per chi decideva di abortire in piena emergenza Covid-19 è stata la difficoltà di reperire le informazioni necessarie, capire quali consultori fossero attivi e i loro orari di apertura. “In un’epoca in cui tutti i servizi sono stati ridotti e molti reparti ospedalieri convertiti, interrompere la gravidanza è risultato molto difficile. È diminuito notevolmente il numero degli ospedali che la permettevano. Inoltre, la contraccezione non è stata assolutamente annoverata tra le urgenze” – racconta la dott.ssa Daniela Fantini, specialista in Ostetricia e Ginecologia presso il Consultorio ASST Rhodense in provincia di Milano. Le donne che necessitavano di un contraccettivo o della pillola del giorno dopo non sapevano cosa fare. Molte si sono trovate a chiedere l’IVG alla riapertura dei consultori, magari allo scadere delle 12 settimane.

L’interruzione volontaria di gravidanza può essere effettuata attraverso il metodo farmacologico, entro 7 settimane di gestazione, o attraverso il metodo chirurgico. “A maggior ragione in questo periodo – commenta la dott.ssa Fantini – sarebbe stato opportuno tentare di favorire l’aborto farmacologico, riducendo così il numero degli accessi in ospedale”. Francia, Inghilterra e Olanda hanno agito in tal senso, dato che il farmaco può essere rilasciato in strutture non ospedaliere. In Italia questa possibile risoluzione non è stata adottata.

Altro fatto da sottolineare: in Italia, l’80% dei medici è obiettore di coscienza. “In alcune regioni la percentuale degli obiettori supera il 90%”. Oltre 40 anni dopo la promulgazione della legge sull’aborto, sarebbe importante garantire un accesso reale ai moderni metodi contraccettivi e garantire il diritto all’interruzione.

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