Tuesday, 27 Sep 2022

Malattie reumatologiche: troppi ritardi per scoprirle

Malattie come l’artrite, la fibromialgia e la spondilite anchilosante possono essere fortemente invalidanti. Ai primi sintomi recarsi dal reumatologo.

Dolori articolari persistenti, emicrania, rigidità nei movimenti, stanchezza: sono i sintomi di alcune patologie reumatologiche. Le statistiche riportano che possono richiedere fino a sette anni prima di essere individuate. 

La diagnosi infatti è spesso tardiva, anche a causa della genericità dei sintomi, comuni a tante altre, al “fai da te” troppo diffuso e ai disturbi dovuti all’età. L’artrite reumatoide, ad esempio, viene individuata anche uno o due anni dopo l’esordio dei sintomi, per la spondilite anchilosante il paziente può aspettare fino a cinque anni e per la fibromialgia ce ne vogliono addirittura sette. Si tratta di malattie potenzialmente invalidanti, che è fondamentale diagnosticare in tempo. 

Di fronte a questa vera e propria emergenza, la SIR – Società Italiana di Reumatologia lancia la prima campagna nazionale sulla “diagnosi precoce”.

“È un progetto di grande respiro che abbiamo intitolato ‘Malattie reumatologiche, prima le individui, prima le affronti’” – ha spiegato il prof. Roberto Gerli, Presidente della SIR. “Nasce dalla consapevolezza dei ritardi, spesso dannosi, nella giusta interpretazione dei sintomi. La diagnosi precoce può significativamente migliorare la qualità di vita di quei pazienti che, per tenere sotto controllo i sintomi, fanno un uso spesso incontrollato di farmaci. Il nostro intento è quello di valorizzare la figura del reumatologo, per consentire a queste persone l’accesso alle migliori terapie.

Le malattie reumatologiche sono oltre 150, e in Italia interessano 5 milioni di persone, causando a chi ne è affetto dolori e problematiche talvolta invalidanti, tanto che ben il 40% dei pazienti colpiti deve rinunciare al lavoro e un altro 30% è costretto a ridurlo. Un intervento tempestivo – conclude Gerli – che miri a tenere sotto controllo le patologie nelle loro prime fasi può però permettere di condurre una vita normale”.

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